Il colonnello Rey, suppongo
 

Un giornalista che scompare
Una talpa nel Palazzo
Un agente segreto senza pistola

 

Le storie del colonnello Rey:
Il colonnello Rey, suppongo
Un doppio enigma, colonnello Rey
Non è Casablanca, colonnello Rey
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Le prime pagine del romanzo

Viale Cortina d’Ampezzo. Ore 23.23

La strada è quasi buia. Poche macchie di luce tra le ombre nere degli alberi. Nessuno in giro. Luca sobbalza al tonfo del portone che si chiude alle sue spalle. Si volta di scatto e si ride addosso nel riconoscere la causa dell’inutile spavento. Ma la tensione torna subito. Fruga con gli occhi l’intorno. Deve attraversare la strada per raggiungere lo scooter che ha lasciato cinquanta metri più in là, in un posto abbastanza illuminato.
Ci sono tanti angoli in cui potrebbe nascondersi uno dei suoi pedinatori. Quei tipi che da qualche giorno incontra troppo spesso in posti diversi. Il bassotto col berretto bianco da baseball. O quello alto, magro, dalla faccia anonima, con la giacca di pelle marrone. O il tipo robusto col casco integrale nero sulla Kawasaki. Non si vede nessuno.
Un SUV nero è fermo in seconda fila a luci spente, a meno di dieci metri da lui. Dentro si intravedono due figure, una ha lunghi capelli biondi. Il motore si avvia. Le due teste si avvicinano, forse si stanno baciando.
Luca scende dal marciapiede, fa due passi. Il SUV scatta col motore al massimo, in un secondo gli è addosso. Luca spicca un salto con la forza della disperazione, la scampa per pochi centimetri. Perde l’equilibrio e cade senza riuscire a proteggersi con le mani. Colpo del mento sull’asfalto, lampo che esplode nel cervello.
Cerca di rialzarsi, recupera la borsa e si accorge di aver perso gli occhiali. Barcolla, il cuore batte all’impazzata. Guarda in giro mentre l’asfalto è illuminato dai fari di una macchina che arriva dalla direzione opposta a quella del SUV. Il terrore lo coglie di nuovo e cade sulle ginocchia. Ora è nel fascio dei fari, ma la macchina frena e si ferma a pochi metri da lui. Due persone scendono e si avvicinano mentre cerca di nuovo di alzarsi. Una lo aiuta a rimettersi in piedi.
«Si appoggi a me», dice una voce maschile.
«Che cosa le è successo? Come si sente?». Voce di donna. Lo aiutano ad sedersi su un muretto. Lei gli solleva le palpebre con gesto deciso, gli sente il polso. «Stia tranquillo, sono un medico. Cerchi di respirare a fondo, lentamente».
Luca è miope, quattro diottrie. Nell’oscurità non riesce a distinguere bene i volti dei suoi soccorritori. «Gli occhiali, mi sono caduti gli occhiali».
L’uomo torna verso la strada, cerca in giro. «Eccoli, sono questi?».
Per fortuna non si sono rotti. Luca ansima ancora, gli tremano le gambe. «Grazie, siete molto gentili». Si accorge del sangue che scende dal mento.
La donna sfiora la ferita. «Gianni, per favore, mi prendi la borsa?».
Lui va verso la macchina e torna con una borsa da medico. Lei accende una lampadina tascabile, gli guarda ancora gli occhi, poi si occupa della ferita. «Niente di grave», dice pulendola con delicatezza, «è solo una sbucciatura». Odore di disinfettante.
«Lo accompagniamo al pronto soccorso», dice la donna al suo compagno, «la ferita è una stupidaggine, ma un piccolo controllo...».
«No, no, grazie, non serve, mi sento meglio, molto meglio», risponde Luca deciso. Ora vede abbastanza bene i suoi soccorritori. Una coppia giovane, facce pulite.
«Che cosa le è successo?» chiede l’uomo. «Lei sembra molto spaventato».
«Niente, niente». Luca scuote la testa, ha un senso di nausea. «Mi volevano ammazzare, mi volevano».
«Come? Chi la voleva ammazzare?» chiede l’uomo.
«No, no, forse è una mia sensazione. Mi è arrivata addosso una macchina all’improvviso, come se volesse investirmi. Ho fatto appena in tempo a spostarmi e sono caduto».
La donna gli applica un cerotto sulla ferita. «È sicuro che non vuole farsi fare un piccolo controllo? Potrebbe avere qualche contusione, che nei prossimi giorni le farà male».
«No grazie, adesso mi sento bene. C’è mia moglie che mi aspetta a casa».
«Abita qui vicino?», chiede l’uomo.
«No, ma ho la moto, quella là». Indica lo scooter, si alza a fatica e si avvia zoppicando appena.
«Ma se la sente di guidare?».
«Sì, sì, sto molto meglio».
La coppia lo accompagna. L’uomo gli tiene il braccio, pronto a sostenerlo. Ma Luca sta riprendendo le forze. «Grazie, grazie veramente. Siete fantastici. Non capita tutti i giorni di avere un incidente e essere curati all’istante. Grazie».
«Deve andare lontano? È sicuro di farcela?».
«Sì, adesso sto bene... o quasi». Stacca l’antifurto, si mette la borsa a tracolla e tira fuori il casco dal bauletto. «Grazie ancora. Spero di incontrarvi in un’occasione migliore. Mi chiamo Luca, Luca Rinaldi».
«Ettore Angeli, lei è Laura. Ecco, questo è il mio biglietto. Se vuole chiamarci e farci sapere come sta, ci farà piacere».
«Lo farò senz’altro», conclude Luca infilandosi il casco.

Un po’ di culo una volta tanto ci vuole, pensa guidando con prudenza verso casa. Forse non è stato solo un colpo di fortuna essere riuscito a schivare il SUV, nonostante i troppi chili presi dal tempo in cui giocava a pallone e come portiere era una scheggia. Ma essere soccorso all’istante in un momento così difficile, quella sì che è stata una fortuna.
Va piano, perché sente ancora la testa confusa e controlla spesso negli specchietti se qualcuno lo segue. Ma guarda soprattutto la strada nel raggio di luce del faro, perché andare per Roma di notte su due ruote è un rischio continuo, tra buche, cunette e asfalto sbriciolato.
Intanto pensa come spiegare ad Angela il motivo della ferita senza metterla in allarme, ansiosa com’è.

1. Venerdì

Appartamento in via Sommacampagna. Ore 22.10

La conduttrice del programma “Cerchiamoli insieme” guarda dritto nell’obiettivo della telecamera. «Aiutateci a trovare Luca Rinaldi, scomparso a Roma dieci giorni fa mentre tornava a casa dal lavoro».
Sullo schermo del televisore appare una scheda con lo sfondo rosso e il volto di un uomo.

Il viso che appare nella foto, piuttosto sfocata, non rivela tratti particolari: capelli ricci corti, ordinati, appena stempiato. Occhiali rotondi con pesante montatura nera.
La conduttrice passa a un’altra scomparsa.

Angela Weizsäcker cerca il telecomando tra i cuscini del divano e spegne il televisore con un gesto di stizza. Tutto qui? Scompare un giornalista internazionale, uno che lavora ai piani alti della politica, e lo liquidano con una scheda? E l’intervista che mi hanno fatto appena l’altro ieri?
Angela è perplessa e furiosa insieme. Non riesce a concepire che la sparizione del suo compagno sia trattata come un fatto di ordinaria amministrazione, uno dei tanti.
Prende il telefono. «Emilio, sono Angela. Hai visto?».
«Sì, stavo per chiamarti io».
«Non capisco. Sono rimasti qui in quattro per più di due ore, ci hanno fatto domande su domande. Forse qualcosa che hai detto tu...».
«Sì, sono andato giù pesante, parlando dell’inerzia della polizia e del disinteresse del Palazzo. Ma dovevo farlo, sono il suo avvocato. Se per loro era troppo, potevano tagliare le frasi più scomode. Invece la tua intervista era perfetta. Deve essere successo qualcosa. Forse hanno avuto qualche pressione dall’alto. In questo momento tutte le notizie che riguardano il Colle possono essere motivo di polemiche. Ma noi non ci lasciamo intimidire. Sta’ tranquilla, Angela. Alla fine tutto si risolverà per il meglio».
«Ho paura, Emilio... ».
«Te lo ripeto, Angela: stai tranquilla e aspetta».

Un elegante villino ai Parioli. Nello stesso momento

L’ambasciatore in pensione Uberto Rebecchi di Pietralata spegne il televisore e guarda l’antico orologio a pendolo. Esita qualche secondo, poi prende il telefono e compone un numero che legge su un taccuino rilegato in pelle.
«Dottor Marozzi, sono Rebecchi, spero di non disturbarla, a quest’ora».
«Ma si figuri, ambasciatore, stavo pensando di chiamarla io. Ha visto? Solo una scheda, senza dettagli, senza neanche citare un luogo preciso».
«Sì, e devo ringraziarla per il suo intervento, che evidentemente è stato molto efficace».
«Non sono intervenuto direttamente sulla redazione come capo dell’ufficio stampa del Summit. E ho evitato anche di coinvolgere il portavoce del Presidente, perché non sembrasse una richiesta diretta del Colle. Ho sensibilizzato il mio collega della Questura. Loro hanno contatti continui con queste redazioni, che cercano sempre informazioni per i loro servizi. L’intervento evidentemente ha avuto effetto, anche se erano piuttosto contrariati. Al collega hanno detto che l’intervista con la convivente era molto efficace».
«Si rifaranno in un’altra occasione. In questo momento, a meno di quattro mesi dal Summit, dobbiamo evitare che il Colle sia coinvolto in banali fatti di cronaca. Abbiamo già abbastanza problemi e le polemiche sul Summit salgono di tono. Come lei ben sa, visto che deve affrontare ogni giorno i giornalisti. Ma... ci sono novità nelle ricerche?».
«Macché. Per usare il linguaggio della Questura, si indaga a trecentosessanta gradi. Per dirla da giornalista, la polizia brancola nel buio. Stamattina è ritornato il solito ispettore e mi ha fatto altre domande, ma non ho potuto dirgli niente di più di quello che gli ho già detto: conosco da anni Luca Rinaldi come un bravo giornalista e gli ho offerto di fare il mio vice nell’ufficio stampa del Summit, perché parla perfettamente l’inglese e se la cava con altre lingue. Lui ci ha pensato per qualche giorno, poi ha accettato con entusiasmo e subito dopo è sparito. Non ho potuto dire altro. Il problema è che i suoi colleghi incominciano a fare domande».
«Già. Dobbiamo concordare una strategia di comunicazione. Ci vediamo domattina nel mio ufficio, se non le crea problemi, intorno alle dieci».
«Nessun problema. A domani, ambasciatore».
«A domani, dottor Marozzi».

Uberto Rebecchi di Pietralata si alza e si avvicina alla grande libreria di rovere che occupa tutta la parete. Sfiora con le dita una fila di antiche edizioni e si ferma su un volume dalla rilegatura in pelle logorata dal tempo.

Prende il libro e scorre il frontespizio. È il testo originale di Guerra e pace in lingua russa e francese, pubblicato a Parigi nel 1890. Ritorna alla sua poltrona e si immerge nella lettura.

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