Aveva un cappello a cilindro (1971)

9 maggio 2019

La fotografia stradale (secondo me)
Catania, 'a Piscarìa (1976)
Street photography e privacy
Roma, 1971. Mi capita spesso di andare in giro con la reflex e il "mezzo tele" al collo, a caccia di scene inconsuete.
Così sono pronto, quando me lo trovo davanti all'improvviso. Uno scatto al volo da lontano, ma la foto è confusa perché ci sono altre persone sulla "linea di tiro".
Lo seguo aspettando l'inquadratura giusta. Per me la street photography non è tanto il risultato di un'intuizione fulminea, quanto di un'attesa paziente, a volte di un vero agguato.
Viene il momento in cui lo sfondo è libero. Mi porto alla distanza giusta, il secondo scatto è quello buono (qui sotto).
Attraverso la strada per riprendere il profilo scuro e stanco che passa davanti ai muri quasi bianchi dell'ambasciata Britannica.
Ora voglio riprenderlo di fronte. Intuisco che passerà sotto l'arco di Porta Pia.
Lo precedo e aspetto.

Eccolo, viene verso di me. Scatto. Aspetto che si avvicini, perché mi occorre un primo piano, almeno uno, per concludere la sequenza.

Si ferma a parlare con una collega di strada. Poi riprende il cammino e si accorge della mia presenza.
«Che mi stai fotografando a me? Perché?»
«Quel cappello ti sta molto bene»
Sembra che la risposta gli faccia piacere. Per un attimo si mette in posa, a modo suo. Ecco lo scatto che aspettavo.

«Hai una sigaretta?»
«No, mi dispiace»

Resta per un po' a guardarmi in silenzio, come se aspettasse una domanda, come se volesse raccontarmi una storia.

Quando sto per dire qualcosa, si volta e se ne va.

E adesso ditemi che per la street photography si deve affettare un'aria indifferente, ci si deve nascondere, guai se ci facciamo notare. (Cartier-Bresson non voleva essere fotografato, per non essere riconosciuto quando lavorava).

Ditemi che la street photography va fatta col telefonino, così non si mette in mostra una macchina fotografica. Tanto meno con un teleobiettivo.

Ditemi che la street photography  viene meglio col grandangolare, perché così si può catturare il soggetto anche senza guardare nel mirino.

Forse avete ragione voi. Per me andare in giro con la macchina fotografica appoggiata sullo stomaco (anche se lo faccio meno di un tempo) è come quel verso di Vinicius de Moraes: «La vita, amico, è l'arte dell'incontro».

 

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