Un doppio enigma,
colonnello Rey 
 

Un omicidio in una stanza chiusa
Una storia di spie, traditori e codici segreti

 

Le storie del colonnello Rey:
Il colonnello Rey, suppongo
Un doppio enigma, colonnello Rey
Non è Casablanca, colonnello Rey
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Le prime pagine del romanzo

1. La notte tra venerdì e sabato

Ansedonia. Mezzanotte e quaranta

La luce gialla lampeggia mentre il cancello si apre lentamente. L'ingegner Fabio De Angelis manovra al centimetro la grossa Jaguar XF entrando a marcia indietro nel giardino della villa. Mentre la famiglia scende dalla macchina, il pastore maremmano accorre abbaiando con furia.
«Ma che ha Wallie? È strano», osserva la figlia Roberta.
«Sembra disperato», aggiunge Marcella, la moglie.
Si chinano sul cane, lo accarezzano. Lui guaisce, si accuccia per terra coprendosi il muso con le zampe. «Sente qualcosa», dice Marcella, turbata, «qualcosa di brutto».
Squilla il cellulare nella tasca dell'ingegnere. De Angelis guarda il display e aggrotta le sopracciglia. Ascolta per alcuni secondi senza dire nulla. Perplesso, chiude l'apparecchio. Dopo un minuto il segnale di un SMS. De Angelis legge:

ALFA-CABALE
ALLARME
3.0.5.0

Roberta sbircia dietro le spalle del padre. «Che significa, papà?».
«Tre vuol dire "allarme rosso". Zero, causa sconosciuta o non prevista. Cinque, aspettare conferma entro cinque minuti. Zero, non chiamare per non occupare le linee».
«Forse è un'esercitazione, è già successo».
«No, non si fa un'esercitazione appena incominciate le ferie. Non darei l'autorizzazione. Temo che sia successo qualcosa di grave». 
Wallie è sempre agitato. Guaisce, a tratti abbaia. Corre avanti e indietro tra la macchina e il cancello. Roberta lo abbraccia, cerca di calmarlo. Marcella preoccupata guarda il marito, che tiene in mano il cellulare, immobile.
Cinque minuti sono interminabili. Ma il secondo SMS arriva dopo meno di due.

ALFA-CABALE
ALLARME
3.0.0.3

«Devo tornare subito a Roma».
La moglie e la figlia lo guardano preoccupate.
«Che succede, papà?» chiede Roberta.
«Non lo so. Da un momento all'altro mi chiamerà Piero, che è di turno questa settimana. Mi faccio vivo appena posso».
«Non correre», dice Marcella.
Raccomandazione inutile. L'ingegnere preme il pulsante del telecomando del cancello, mette in moto e parte sgommando.

Nello stesso momento a Roma

«Questa volta la vacanza non ce la toglie nessuno», dice Carlo Alberto Rey mentre controlla ancora una volta il carico delle due Harley-Davidson, nel box del condominio in cui abita Ljuba.
«Con te non si sa mai. Adesso sembra che tutto vada bene e tra un attimo…». Ljuba si volta e si china a raccogliere qualcosa. Sente la mano di Carlo che si infila sotto il camicione, portato sul niente nella calda sera d'estate.
«Tra un attimo… Tra un attimo andrà ancora meglio». La fa voltare, la stringe a sé. Il tempo di un bacio e il camicione è tutto sbottonato. Contempla il bel corpo sodo e la stringe di nuovo.
«Carlo, forse è meglio se andiamo su… Qui fa troppo caldo… In terrazza stiamo meglio».
«Qui non lo abbiamo mai fatto».
«Ma dai… Carlo… No…».
La vibrazione del cellulare di servizio nella tasca dei calzoni rompe l'incanto. Una serie veloce di bip li fa trasalire. «Scusa, è un messaggio di emergenza», dice Carlo Alberto tirando fuori il telefonino.

ALFA-CABALE
CODICE 3
ATTENDERE CONFERMA 5 MIN

«Carlo! Siamo in vacanza!».
«Sarà un falso allarme… speriamo…». Ma il secondo messaggio arriva ben prima dei cinque minuti.

ALFA-CABALE
CODICE 3
INTERVENTO IMMEDIATO

«Deve essere una cosa grave. Perdonami, se puoi». Scarica in fretta la moto, infila giubbetto di pelle e casco, apre la porta basculante e si lancia in direzione della via Flaminia.
«Ti odio!», grida Ljuba.
Ma lui è già lontano. 

Un alloggio riservato. Ore 2.30

Lo squillo del telefono sul comodino sveglia il generale di brigata Giuseppe Verdi. Risponde senza fretta, perché è abituato alle telefonate che arrivano nelle ore più strane. «Sì?».
«Signor generale, sono Rey. Mi dispiace disturbarla a quest'ora…».
«Immagino che avrà un buon motivo. Che c'è?».
«Un omicidio, signor generale. Un omicidio che ci riguarda. Una persona con il NOS a livello "segretissimo", uccisa nell'area di massima sicurezza di un'azienda con il NOSI a livello "segretissimo". La ALFA-CABALE, si ricorda?».
«Ricordo benissimo, colonnello. E' una ditta di sistemi di sicurezza sotto la sua sorveglianza. Mi pare una faccenda seria. Ha già un'idea di come si sono svolti i fatti, ha dei sospettati?».
«No, sono appena arrivato sul posto. Ora informo la Procura della Repubblica».
«Rey, sia prudente. Un caso del genere richiede di mantenere la massima riservatezza, il più a lungo possibile. Dobbiamo evitare di coinvolgere la magistratura prima di avere messo a punto una versione dei fatti che non ci tiri addosso la stampa, inchieste ministeriali, interrogazioni parlamentari. Non parlo delle indagini effettive, perché a quelle pensiamo noi».
«Signor generale, io sono un pubblico ufficiale venuto a conoscenza di un delitto. Sono tenuto a informare senza ritardo la Procura».
«Faccia come crede e mi riferisca al più presto. E si ricordi, Rey, che sulle sue spalline ci sono ancora due stellette, invece di tre, perché in altre occasioni ha fatto di testa sua. Buonanotte». Il generale chiude la comunicazione, si gira dall'alta parte e riprende sonno in un minuto.

Un attico a Monte Mario. Ore 3.20

L'asfalto e il cemento esalano il caldo che hanno assorbito nelle ore di sole. La cappa umida avvolge la città.
Il prossimo anno metto il condizionatore, pensa Rosaria Corbino fissando il soffitto rischiarato dalle luci rossastre della strada. Le tende sono immobili davanti alla porta-finestra spalancata.
La doccia appena tiepida. Abbassa un po' alla volta la temperatura dell'acqua fino a quando le vengono i brividi. Si avvolge nell'accappatoio bianco ed esce sulla terrazza. La piccola stazione meteorologica sul muro segna 31°C, 85% di umidità e 1096 millibar. Tempo stabile, ancora caldo, afa garantita per i prossimi giorni.
Rientra, lascia cadere sul letto l'accappatoio e indossa una leggera vestaglia rossa. Ritorna sulla terrazza in cerca di un po' di fresco. Dentro tutte le luci sono spente, per non attirare le zanzare. E anche per evitare che il controluce riveli la sua figura di sensuale quarantacinquenne a qualche maschio nella casa di fronte, insonne come tanti nella calda notte di mezza estate.
I telegiornali hanno snocciolato i numeri dell'esodo dalle grandi città. La crisi fa restare più gente a casa. Ma cinque piani più in basso ci sono molti posti vuoti, sulla strada dove nel resto dell'anno parcheggiare è un'impresa.
Nella notte romana non c'è silenzio. Un rombo sommesso, continuo, invade la città come il respiro di una belva gigantesca. Coperto a tratti dal frastuono di una motocicletta lanciata a tutto gas o dall'urlo di una sirena.
Dall'interno squilla un telefonino. Rosaria insegue il motivetto nell'appartamento buio. È il cellulare di servizio che ha lasciato in carica sulla console nell'ingresso. SCONOSCIUTO, dice il display.
«Chi è?».
«Rosaria, io sono, Maccarone». La voce da basso e l'accento palermitano del procuratore capo sono inconfondibili.
«Ciao, Salvo, ma… che ora è?».
«Un'ora in cui le persone normali dormono. Scusa, è una cosa grave. Scendi tra un quarto d'ora, passo a prenderti».
«Facciamo, mezz'ora, Salvo, dammi il tempo di mettermi qualcosa addosso».
«D'accordo. C'è il tuo nome sul citofono?»
«No. È il primo in alto a destra».
«A tra poco».
Il "tu" rende facile il dialogo, ma non annulla la gerarchia. Il sostituto procuratore della Repubblica Rosaria Corbino accende la macchina del caffè e va in bagno. Appena un po' di trucco, tanto per non sembrare una che ha passato la notte in bianco. Pochi colpi di spazzola sui capelli neri naturali, con qualche filo grigio che non si cura di nascondere. Indossa un paio di blue-jeans e una larga blusa nera che nasconde le curve. Butta giù il caffè.
Ancora una volta una scena affiora dalla memoria: una telefonata nel cuore della notte, gli spari. Sul selciato il corpo di suo padre, il brigadiere Salvatore Corbino, coperto da un lenzuolo bianco. Era ancora bambina. Sono passati tanti anni, ma non abbastanza per attenuare l'angoscia del ricordo.
Apre il cassetto della console, prende la piccola Beretta 7,65 Tomcat. Mette il colpo in canna, abbassa il cane e infila l'arma nella borsa insieme ai due telefonini.
Il citofono gracchia: «Io sono, Salvo». Lei chiama l'ascensore, ma non lo aspetta. Scende veloce le scale, senza fare rumore con le scarpe da ginnastica. La Beretta impugnata nella borsa che tiene stretta davanti al corpo. Al primo piano richiama l'ascensore. L'ultima rampa rasente il muro, lentamente, i piedi ben piantati su un gradino dopo l'altro. Nessuno nell'atrio.
Al di là del cancello c'è proprio lui, il corpulento procuratore capo Salvo Maccarone. Rosaria Corbino mette la sicura, tira fuori la mano dalla borsa e la agita in segno di saluto.
In tanti anni ha avuto poche occasioni di vedere il suo superiore in tenuta informale, senza cravatta. Ora indossa una camicia scura con le maniche rimboccate, fuori da un paio di pantaloni di tela bianca alquanto stazzonati. È appoggiato alla sua vecchia BMW 530 metallizzata. Dietro la BMW c'è l'altrettanto vecchia Lybra blindata di scorta. Il vice-brigadiere Rossi, in piedi accanto allo sportello aperto, lancia occhiate all'intorno.
«La sicura l'hai messa?», chiede sospettoso il procuratore capo.
«Certo».
«Sali». Maccarone le apre lo sportello, poi siede al volante e parte di scatto, controllando nello specchietto che la scorta li segua. Il cielo annuncia il giorno.
«Dove stiamo andando?» chiede Rosaria.
«In un posto dove non ci dovrebbero essere né telecamere né microfoni né cimici varie. Si spera», risponde il procuratore, teso.
Guida veloce nelle strade deserte, le gomme che stridono a ogni svolta. Si ferma sul bordo di un prato spelacchiato vicino alla ferrovia. Scende dalla macchina e accende un mezzo toscano. 
Si addentrano sullo sterrato, mentre la il vice-brigadiere vigila sul bordo della strada, il telefonino all'orecchio.
«Ti chiederai il perché di tante precauzioni. Ecco, un'ora fa ho ricevuto, in forma del tutto irrituale, una notitia criminis. Omicidio. Il fatto anomalo è che la segnalazione arriva a me personalmente, che per di più sono in ferie, sul mio telefonino personale, invece che al sostituto di turno in Procura. La cosa si giustifica col fatto che chi mi chiama non è un poliziotto qualsiasi. È un certo tenente colonnello Rey, un carabiniere che ho incrociato in un'indagine l'anno scorso. Questo Rey è dei servizi, è una barba finta».
«E quando ci sono di mezzo i servizi, noi magistrati ci dobbiamo muovere con molta prudenza».
«Vedo che hai chiaro il problema. Ora il fatto è che questo omicidio si verifica, se ho capito bene, proprio tra spioni. Ed è strano che ce lo vengano a dire subito: di solito troviamo un cadavere, se lo troviamo, messo in modo che non si capisca nulla. Apriamo un fascicolo, indaghiamo fino al momento in cui qualcuno tira fuori il segreto di stato o il segreto militare. Ma lasciamo perdere… L'indagine è tua».
«Scusa, che c'entro io con i servizi? Non mi sono mai occupata di queste cose. Perché proprio io?».
«Il periodo che hai passato all'anti-terrorismo dovrebbe averti insegnato molte cose, oltre che ad andare in giro con la pistola. Ma il fatto è che si dovrebbero svolgere indagini informatiche, così dice il tenente colonnello. E tu sei il sostituto più competente in materia di computer e simili diavolerie. Poi ti conosco bene, di te mi fido…».
«Grazie della fiducia, Salvo, ma… ».
«Mi fido di te, Rosaria. Soprattutto mi fido del fatto che condurrai le indagini con assoluta discrezione. Nulla deve trapelare, almeno per il momento. Riferirai solo a me, nel modo che stabiliremo. Niente di formale, nella prima fase».
«Sospetti una trappola?».
«Sospetto di tutto e di tutti, capiscimi». Riaccende il sigaro in volute di fumo puzzolente che ristagna nell'aria immobile, umida, calda nonostante l'ora antelucana. «Quando ci sono di mezzo i servizi, non sappiamo mai dove andiamo a parare. Fanno il loro dovere o sono "deviati", come dicono i giornali? E come si fa a sapere se la barba finta che hai davanti è dritto o deviato, o magari dritto di mattina, deviato nella controra e di nuovo dritto di sera?».
«E magari ti serve su un piatto d'argento un cadavere che ti fa seguire una pista che porta dove interessa a loro», aggiunge il sostituto. «Poi la cosa finisce sui giornali, qualcuno la butta in politica, incomincia la rissa, ecco i giudici malati di protagonismo…».
Maccarone le punta il sigaro contro: «Intendiamoci bene, Rosaria. Noi magistrati siamo, l'obbligo dell'azione penale è la nostra prima regola. Ma non siamo fessi e le indagini le conduciamo come sappiamo noi, con tutta la prudenza che serve. E questo significa che in seguito alla notizia di reato si apre un fascicolo "Atti relativi a…", che si mette subito in cassaforte. E nulla trapela al di fuori dalla Procura, fino a quando non abbiamo le idee chiare. E poi procediamo come legge comanda».
Il sigaro si è spento di nuovo. Maccarone si avvia verso la macchina a passi lenti. «Troverai sul posto il tenente colonnello Rey. Le informazioni che ho assunto su di lui l'anno scorso lo indicano come persona seria, rigorosa. Quando l'ho incontrato mi ha dato l'impressione di uno che è carabiniere dalla cima dei capelli ai tacchi delle scarpe, ma tutt'altro che stupido».
Si ferma vicino alla Croma, mette con gesto paterno una mano sulla spalla del vice-brigadiere Rossi: «Ti affido la dottoressa Corbino, mi raccomando. Sai dove devi andare. Io resto dove tu sai, almeno fino a Ferragosto. Rosaria, mi aspetto un'indagine esemplare. Delegherai il colonnello Rey a svolgere tutti i compiti di polizia giudiziaria con i suoi uomini. Se riterrai di doverti servire di altri, dillo prima a me. E comunque tieni gli occhi bene aperti, tu mi capisci…». Le stringe forte la mano. «Buon lavoro».
Corbino sale in macchina con un brivido. L'auto blindata, la scorta. Aveva lasciato la sua Sicilia cinque anni prima, perché non sopportava più la tensione continua delle indagini di mafia, il timore di una minaccia dietro ogni angolo, gli angeli custodi che seguivano ogni suo passo. Poi l'anti-terrorismo, la pistola sempre a portata di mano. Sperava in una vita più tranquilla nel pool dei magistrati informatici. Non ha voglia di ricominciare, ma, come ha detto il procuratore capo, "noi magistrati siamo".

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